
Quello che segue è un intervento di Rossella Monaco, mia allieva al Corso di Scienze della Comunicazione.
Indaga sulla figura del flâneur, visto come storico del presente. Non solo, quindi, il flâneur alla Baudelaire (in alto nella celebre fotografia di Nadar) o alla Benjamin.
Nel Laboratorio "La storia e la memoria" ho invitato gli studenti a riflettere sul concetto di flânerie, discutendo sulla sua applicazione allo studio della storia, alla sua comprensione.
Ho scelto il testo di Rossella Monaco poiché mi sembra chiaro, utile a inquadrare il dibattito che si sta svolgendo nelle lezioni e che continuerà nei prossimi post.
(Roberto Coaloa)
Il flâneur, storico del presente.
di Rossella Monaco
Luciano Canfora, filologo e storico, ha sottolineato come il metodo della ricerca storica sia molto simile a quello della detective story: una ricostruzione critica di qualcosa che non c’è più, ma che lascia le sue tracce nel presente. Lo storico è costantemente alla ricerca di queste tracce. Anche l’archeologia, scienza ausiliaria, studia le civiltà del passato mediante la raccolta e l'analisi delle tracce materiali e opera con lo stesso procedimento, anche il paleontologo pur occupandosi di reperti fossili. Lo sguardo dello storico deve essere necessariamente distaccato, critico nel senso più vero del termine dal greco kritos che vuol dire “separato”, “distinto”. L’archeologia e la paleontologia hanno visto soprattutto a partire dal XIX secolo un grande sviluppo tecnico e hanno acquisito sempre più fama e interesse presso le grandi masse.
Ma l’Ottocento è anche il secolo della nascita della figura del flâneur. Baudelaire è il primo a introdurre il termine per indicare l’artista moderno immerso nel flusso della vita cittadina moderna. È lui stesso a definirlo un 'botanico del marciapiede', un esploratore della città. Sarà Walter Benjamin a riprendere i suggerimenti di Baudelaire caricandoli di significati ulteriori. Il flâneur è stato dipinto spesso come una figura ai margini della società, dotata di uno sguardo “altro” sulle cose. Alla fine degli anni '50 del Novecento il movimento dell’Internazionale Situazionista ne definì ancor meglio le caratteristiche, a cominciare da Guy Debord che fu il primo a parlare di deriva e detournment. Questi due termini sono centrali per delineare la figura del flâneur. Con le parole dello stesso Debord “Per fare una deriva, andate in giro a piedi senza meta od orario. Scegliete man mano il percorso non in base a ciò che sapete, ma in base a ciò che vedete intorno. Dovete essere straniati e guardare ogni cosa come se fosse la prima volta. Un modo per agevolarlo è camminare con passo cadenzato e sguardo leggermente inclinato verso l'alto, in modo da portare al centro del campo visivo l'architettura e lasciare il piano stradale al margine inferiore della vista. Dovete percepire lo spazio come un insieme unitario e lasciarvi attrarre dai particolari.”
In questa definizione possiamo già notare tre punti importanti del ragionamento. Prima di tutto l’enfasi posta sullo sguardo che diventa la base dell’indagine conoscitiva, poi lo straniamento, che permette di guardare il mondo con uno sguardo esterno distaccato e fresco ed infine l’attenzione ai particolari, alle tracce della città viva. Il detournment corrisponde invece alla tecnica artistica utilizzata dall’avanguardia dadaista nel ricomporre con elementi noti assemblati in maniera non usuale un senso completamente nuovo, anche se Debord intendeva il termine in un senso più ampio e generale. Le ricerche sul flâneur non si sono interrotte negli anni '50 e hanno dato a scrittori, artisti, architetti, psicologi e geografi spunti di riflessione interessanti. Giampaolo Nuvolati ne “Lo sguardo Vagabondo” ha ripreso la discussione segnalando come ancora oggi sia possibile parlare di flâneur, questo passeggiatore urbano secondo la sua tesi si aggirerebbe sotto mentite spoglie nelle metropoli contemporanee, spingendosi fino ai margini della città e venendo a contatto con le periferie più degradate. Il termine verrebbe a delineare per lo più una metafora esperienziale, un modo di venire a contatto con la realtà, uno schema epistemologico, conoscitivo. Anche per il flâneur contemporaneo possiamo parlare di sguardo “altro”, sia in senso metaforico sia in un senso specificatamente geografico. Il flâneur è colui che riesce a spingersi oltre. Bisogna sottolineare quanto sia difficile per chi è immerso nel flusso del presente è molto difficile avere uno sguardo distaccato sulle cose che lo riguardano più da vicino. Ed è proprio questa la peculiarità del flâneur, il suo è uno sguardo in divenire, è completamente calato nello scorrere del tempo, uno sguardo per lo più attento a ciò che fugge, all’istantaneo, al frammentario che costituisce il flusso. La sua è una visione distratta. Franco Moretti in “Opere Mondo” ha posto in essere un collegamento molto interessante tra l’esperienza metropolitana, ricca di stimoli sensoriali in ogni dove, e lo stream of consciousness di James Joyce. Il protagonista dell’ “Ulisse” Leopold Bloom nel suo continuo avanzare nella città ci mostra un’attenzione per i dettagli, riporta le tracce di ciò che lo circonda che rimangono nella sua memoria. Secondo Moretti “lo stream of consciousness è un modo di far fronte a questa situazione di estrema tensione. Comincia come il segno di una crisi di un io bombardato, diviso, in difficoltà”, in questo modo Bloom e per estensione il flâneur contemporaneo “riesce a dare una forma alla metropoli e una prospettiva al suo abitante”. Se nei primi del Novecento la figura del flâneur può essere ritrovata nell’esperienza della passeggiata metropolitana, nello stesso periodo Sigmund Freud, padre della psicoanalisi, fonda il suo metodo d’indagine sulla personalità umana a partire dalla metafora archeologica. Uno degli assunti fondamentali della disciplina è il continuo rinvio al “mondo interno” del paziente, quale spazio atemporale dove passato e presente coesistono. Il metodo si basa ancora una volta sulla ricerca di tracce, tentando di scavare all’interno della psiche umana, all’interno dell’Io frammentato descritto da Joyce. L’individuo moderno riflette dall’interno all’esterno e viceversa la discontinuità della percezione, “l’intensificazione dell’agitazione nevrotica”, come l’ha definita George Simmel in “La metropoli e la vita mentale”, data dagli stimoli offerti dalla città in continua evoluzione, sempre più complicata da comprendere e analizzare, sempre più artefatta e costruita tramite “detournment” continui.
Il flâneur è alla ricerca di queste tracce per svelare l’enigma che sottende alla realtà e la città diventa il luogo per eccellenza dello stimolo, un labirinto in cui cercare le tracce in un senso profondamente antropologico. Ed è qui che il paragone con lo storico diventa calzante. Entrambi utilizzano lo stesso metodo mettendo insieme le tracce per arrivare a capire ciò che gli sta di fronte.
Abbiamo visto come lo sguardo del flâneur assume una connotazione anche in senso geografico, deve poter vedere anche dove la città finisce, spingersi alla periferia per capirne i contorni. Necessita quindi dell’esperienza del viaggio, dello spostamento. Fino ai primi del Novecento il suo modo di spostarsi era essenzialmente la passeggiata, il flâneur sceglieva come luogo prediletto il passage delle grandi città, poi i marciapiedi notturni. Possiamo portare ad esempio la celeberrima passeggiata di Palazzeschi, che unisce come in un collage di pensieri parlati negozi, titoli di giornali in edicola, strilloni, numeri civici, insegne e tutto ciò che il protagonista vede nelle città o ancora la passeggiata per le vie di Dublino di Leopold Bloom. Con lo sviluppo dei mezzi di comunicazione primo tra tutti il treno e in seguito l’automobile e il tram l’esperienza del viaggio ha assunto sempre più la configurazione di una mediazione. La visione attraverso il finestrino è diventata la norma. Questo modo di guardare è ogni volta nuovo, ma nello stesso tempo sempre uguale, in divenire, in velocità, un susseguirsi di frammenti collegati che vanno a costruire un flusso, paragonabile allo stream di Joyce ma allo stesso tempo diverso. Per il nuovo flâneur le luci della città, il traffico, i cartelloni pubblicitari, le persone, ogni giorno è dettato dagli stessi ritmi, ma non è mai uguale a quello precedente. Il flâneur esprime nella quotidianità così costituita il suo sguardo critico ed estetico, non esiste più tempo per uno sguardo contemplativo sul mondo, il suo diventa uno sguardo fuggitivo, ma intenso, un’istantanea, che collegata a tutte le altre forma impercettibilmente il film della realtà, caratterizzato dalla trasparenza della mediazione, seppur presente. La mediazione tende a rimanere il più possibile invisibile, a coincidere con la realtà, ma permette spesso di ampliare le capacità percettive del nostro occhio aiutandoci a conoscere le cose lontane o quelle troppo piccole, attraverso lenti d’ingrandimento. Metaforicamente parlando ci permette di rimanere a una certa distanza dalle cose che abbiamo davanti ai nostri occhi.
Per spiegare al meglio la configurazione dello sguardo del flâneur contemporaneo farò un esempio. Uno spettatore, posto di fronte ad un quadro puntinista ad una distanza molto vicina non riuscirà a cogliere l’insieme della raffigurazione, ma riuscirà a guardare molto bene le trame, le tracce singole di pittura sulla tela. Per cogliere l’insieme a quella distanza dovrà necessariamente tentare di muovere lo sguardo tanto velocemente da riuscire a fare seppur minimi collegamenti. Il flâneur è posto a questa distanza dal presente che lo circonda, solo in futuro posto ad una certa distanza dal suo passato, riuscirà a capire retrospettivamente cosa realmente il quadro raffigurasse, ma in quel momento necessariamente avrà perso l’intensità delle tracce che aveva avuto posto a pochi centimetri dal quadro, avrà dimenticato i dettagli, avrà sì una visione d’insieme, ma irrimediabilmente sfumata. È quindi molto difficile per lui dare un senso alle cose che appaiono sempre più frammentate, veloci, come impulsi elettrici.
La mediazione assume un’importanza centrale. Oggi assistiamo a un continuo crearsi di rappresentazioni, a un sovraffollamento di tracce. Importanti diventano le immagini create dall’uomo per l’uomo, i film, la pubblicità, i programmi televisivi, le pagine internet. Il flâneur di oggi lavora come uno storico sui documenti, ma tra gli archivi del presente, dove reale e artificiale si mescolano e i confini cadono, creando quella che definirei una “realtà romanzesca”. Tutto è filtrato attraverso gli schemi narrativi entro i quali pone il suo sguardo sulle cose per averle più chiare, più distanti e dare una struttura al reale.

Propongo il mio articolo “Verso la «trincerocrazia»” uscito su “IlSole-24Ore Domenica” il 1° novembre 2009.
Sul tema della Grande guerra, e in particolare sul significato del 4 novembre nella memoria storica del nostro paese, abbiamo già dibattuto in altre occasioni, in articoli sulla stampa nazionale e locale:
"4 novembre: fu vera vittoria?"
"I monumenti."
E con approfondimenti sul blog.
Nei prossimi giorni proporremo su questo blog alcuni interventi degli studenti dell’Università Statale di Milano, che hanno preparato per il laboratorio “La storia e la memoria” alcune riflessioni sul tema della Grande guerra.
Vorrei che il dibattito continuasse anche sul mio blog.
Verso la «trincerocrazia»
di Roberto Coaloa
È raro che uno storico britannico ammetta che alcune tra le più spietate battaglie della Grande guerra si svolsero sul fronte italiano. L’inglese Mark Thompson, controcorrente, lo definisce «unico» e ne ricostruisce le condizioni storiche, illustrando quella “terra di nessuno” di seicento chilometri dalle Dolomiti all’Adriatico, immersa in un biancore eterno di pietre e di neve.
Il conflitto tra regno d’Italia e impero d’Austria-Ungheria costituisce un’anomalia della Grande guerra: fu vissuto dai patrioti italiani come
In modo antieroico lo storico descrive la guerra; le sue interpretazioni sono incisive, sorrette dalla valorizzazione di fonti poco note, come i diari dell’epoca e le interviste ai veterani. Sono utilizzate le citazioni di scrittori schierati su fronti opposti: Ungaretti, Hemingway, Dos Passos e Musil. Non solo, Thompson da fine letterato compara quelle memorie di guerra con altre. Ad esempio, commentando lo «straordinario» poema Perché non ti uccisi di Fausto Maria Martini, che descrive la decisione del fante italiano di non uccidere il soldato austriaco, Thompson ricorda il verso di Wilfred Owen: «Io sono il nemico che hai ucciso, amico mio!». Il riconoscimento del sé nell’altro scardina ogni argomentazione a favore dell’assassinio organizzato.
Lo storico inglese, però, non è a suo agio sugli aspetti militari delle battaglie; non analizza le cifre dell’operazione che portò gli italiani ad oltrepassare il Piave e ad inseguire l’avversario; non comprende perché Diaz, nel “Bollettino della Vittoria” del 4 novembre 1918, ci tenesse ad elencare con precisione chi combatté in quella guerra. Dalle trincee, così pare secondo un pregiudizio, si passò all’astuzia per vincere: l’autore cade nel solco di una tradizione storiografica molto british, che non riconosce la vittoria italiana.
Thompson chiude il suo brillante saggio con lo scenario del 1919, l’anno della pace persa dall’Italia. I politici sciuparono i loro crediti con gli Alleati, compromettendo la loro posizione alla conferenza di Parigi «in maniera così spettacolare che le campagne di Cadorna, al confronto, apparivano quasi giudiziose». Nel 1919 si prepara l’ascesa della «trincerocrazia» di Mussolini, che seduce gli italiani con l’idea che
Mark Thompson, «La guerra bianca. Vita e morte sul fronte italiano 1915-1919», Il Saggiatore, Milano, pagg. 504, € 22,00.
Le fotografie dall'alto in basso: Monumento ai caduti della Grande Guerra al Cimitero di Ozzano nel Monferrato; Luigi Cadorna (1850-1928); Armando Diaz (1861-1928).

La visita dello Zar Nicola II a Racconigi.
Tra le ultime tappe del Risorgimento (1909-2009).
Propongo il mio articolo “Povere biblioteche d’I-taglia” uscito su “IlSole-24Ore Domenica” il 26 luglio 2009.
Il pezzo ha suscitato una vivace discussione su vari siti e blog. Tra gli altri:
"I doni del re mago" di Fabrizio M. Rossi.
Area Nord-Ovest. Sistema Bibliotecario Intercomunale.
Vorrei che il dibattito continuasse anche sul mio blog. Vi prego di segnalarmi quali sono le vostre biblioteche preferite o quelle che ritenete peggiori! Come funzionano? Come sono? Quali sono gli orari di apertura? Che cosa le rende particolari, indimenticabili (nel bello e... nel brutto)?
POVERE BIBLIOTECHE D’I-TAGLIA di Roberto Coaloa
Provate a entrare in una biblioteca pubblica italiana, ad esempio
Il mondo della patafisica è in lutto. Chapman non è più!
Addio Stanley!
I tuoi amici del Monferrato patafisico

Death is the veil wich those who live call life: / they sleep, and it is lifted.
Shelley.

Nel 1927 usciva presso l’editore Formiggini, nella celebre e fortunata collana di «Profili», una splendida biografia su Napoleone. L’autore era uno storico quarantenne, Pietro Silva, allievo di Gaetano Salvemini alla Scuola Normale di Pisa. Silva, nato a Parma nel 1887, morto a Roma nel 1954, fu uno dei maggiori e più conosciuti autori di divulgazione storica: accanto agli studi come Il Mediterraneo dall’unità di Roma all’unità d’Italia, scrisse agili manuali di storia e collaborò al “Corriere della Sera” negli anni della direzione di Luigi Albertini.
Il testo su Napoleone spicca per la qualità della scrittura, raffinata e serrata, e per l’acuta interpretazione di un’epoca storica che ha forgiato la società moderna.
L’inizio del libro è originale, lontano dal filo cronologico consueto: da Ajaccio alla pianura di Waterloo. La biografia napoleonica comincia con un intenzionale flash-back dall’Isola. È a Sant’Elena, sull’altopiano di Longwood «battuto ed arso dai venti africani», che inizia la narrazione di una vita che – come tutte le vite – si comprende solo dalla sua fine. Nella figura di Napoleone, appare – scrive Silva – «riassunta e simboleggiata tutta l’eterna e alterna vicenda della sorte umana».
Silva è abile nel tratteggiare il lato molto umano dell’eroe romantico per eccellenza. Ma c’è in più soprattutto il rigore dell’analisi sire ira et studio: lo storico con gran perizia affronta gli avvenimenti dell’epoca napoleonica, distinguendo gli eventi effimeri da quelli decisivi, come il rafforzamento del sea-power inglese. Esso determina uno squilibrio profondo tra le forze in campo che va ben al di là di quelle straordinarie, ma mai autenticamente efficaci vittorie napoleoniche, che Waterloo fisserà per sempre nella leggenda di una gloriosa disfatta.
Per dirla con il grande Jacques Bainville: «Austerlitz, ma Trafalgar». Espressione che riassume il paradosso della più trionfale, ma forse anche della più inutile, vittoria dell’imperatore. Il sole che splende ad Austerlitz, il 2 dicembre 1805, non può far dimenticare la débâcle del 21 ottobre
Ora il Napoleone di Silva è ripresentato nella collana di studi diretta da Giovanni Brancaccio con un’introduzione del massimo storico dell’imperatore in Italia, Luigi Mascilli Migliorini, che valuta la biografia di Silva come una delle migliori della sua epoca. L’opera di Silva, infatti, ha saputo cogliere e anticipare l’atmosfera nella quale sarebbe nata la più bella biografia su Napoleone, quella di Jacques Bainville, e persino l’impronta critica impressa dalla scuola di un grande storico come Georges Lefebvre, che sottrae a Napoléon la classica aura eroica. L’imperatore di Silva, come nota Mascilli Migliorini, è un personaggio «toccato dalla lettura che ne aveva fatto Nietzsche alla fine del secolo precedente, ma non ancora investito dalle comparazioni a cui lo costringeranno da varie e contrastanti posizioni i drammi delle dittature novecentesche».

Pietro Silva, «Napoleone», Millennium, Bologna, pagg. 80, € 8,00.

Nella splendida Villa Vidua di Conzano (in provincia di Alessandria), domenica 31 maggio, alle 18.00, si è presentato il libro di Roberto Coaloa, “Carlo Vidua e l’Egitto” (Linea BN

Silvio Curto (in piedi, nella foto in alto) è il più noto egittologo italiano (nato a Bra nel 1919).
Direttore per oltre venti anni del Museo Egizio di Torino, tra i suoi titoli figura quello di Accademico di Francia. È socio dell'Accademia delle Scienze di Torino, della Académie des Inscriptions et Belles Lettres di Parigi, dell'Institut d'Egypte e Istituto Archelogico Germanico, Officier de l'Ordre des Arts et des Lettres de France, Medaglia d'Oro per i Beni Culturali in Italia, Commendatore della Repubblica.
Ufficiale nella Divisione "Superga" dal 1941 al 1946; Campagna d'Africa. Ispettore presso
Andrea Testa è nato a Casale Monferrato nel 1958. Laureato in storia moderna a Genova, ha conseguito il dottorato di ricerca con una tesi in storia americana, relativamente alla guerra civile (1861-1865). Si è occupato di problemi di storia politica degli USA a partire dai viaggiatori europei del sec. XIX, in particolare Carlo Vidua, per arrivare ai temi del federalismo e della politica estera in ambito contemporaneo. Un altro importante interesse è legato alla storia militare degli USA, di cui ha analizzato la guerra del Vietnam. Attualmente è professore a contratto di Storia delle dottrine politiche presso l’Università Cattolica di Piacenza.
Silvio Curto ha sottolineato l’importanza e la novità del saggio “Carlo Vidua e l’Egitto”: «uno studio brillante, decisivo per l’interpretazione di Vidua egittologo e cruciale per la storia delle esplorazioni».
Il saggio di Coaloa è basato sull'interpretazione di fonti inedite, in particolare quelle del "Fondo Vidua" dell'Accademia delle Scienze. I taccuini di viaggio sull'Egitto sono per la prima volta pubblicati.

Roberto Coaloa, «Carlo Vidua e l’Egitto», Linea BN
Libreria del Museo Egizio di Torino,
Via Accademia delle Scienze, 6
10123 Torino
Libreria Labirinto
Via Benvenuto Sangiorgio, 4
15033 Casale Monferrato (AL)
Libreria Coppo
Via Roma, 85
15033 Casale Monferrato (AL)

Elena Loewenthal (nella foto) è nata a Torino nel 1960. È narratrice e studiosa di Ebraistica. Nel corso degli anni ha tradotto e curato molti testi della tradizione ebraica e d'Israele. Per questo intenso lavoro ha ricevuto nel 1999 un premio speciale da parte del Ministero dei Beni Culturali. Per Adelphi ha curato l'edizione italiana dell'opera di Louis Ginzberg (1873-1953), Le leggende degli ebrei. Ha pubblicato insieme a Giulio Busi per Einaudi Mistica ebraica. Tutti testi della tradizione segreta del giudaismo dal III al XVIII secolo. Per Einaudi ha curato anche il volume Haggadah. Il racconto della Pasqua (2009).
Insegna Cultura ebraica alla Facoltà di Filosofia dell'Università Vita e Salute San Raffaele di Milano e scrive su
Tra i suoi numerosi saggi: Un'aringa in Paradiso. Enciclopedia della risata ebraica (Baldini Castoldi Dalai, 1997), L'ebraismo spiegato ai miei figli (Bompiani, 2002) e Scrivere di sé. Identità ebraiche allo specchio (Einaudi, 2007). Ha inoltre pubblicato i romanzi Lo strappo nell'anima (Frassinelli, 2002), Attese (Bompiani, 2004) e Dimenticami (Bompiani, 2006). Il suo ultimo romanzo, che verrà presentato a Moleto, Conta le stelle, se puoi (Einaudi, 2008) è la storia di Moise Levi e della sua famiglia in un'Italia in cui a Mussolini è preso "un colpo secco" nel 1924.
IL ROMANZO “CONTA LE STELLE, SE PUOI”
Elena Loewenthal studia la cultura ebraica e la storia degli ebrei in Piemonte da molto tempo: l’attento lettore può documentarsi con un suo bel saggio, Vita ebraica a Torino fra '800 e '
In quello studio si nota che il quadro della comunità ebraica torinese appare oggi “vago” e “impreciso”. Infatti, gli archivi dell’Università Israelitica: «spettro demografico della comunità in un’epoca in cui gli ebrei non vengono più censiti in quanto tali dall’autorità pubblica ai fini di speciali imposizioni fiscali, bruciarono completamente nel corso del bombardamento che il 20 novembre 1942 devastò il tempio e la sede della comunità». Manca, come osserva Elena Loewenthal, l’elemento fondamentale per lo storico: le fonti, i documenti. E quindi, perduta irreparabilmente la conferma “ufficiale” dei tratti di questa vita ebraica torinese, occorre attingere alle tradizioni e ai ricordi strettamente privati e intimi.
Elena Loewenthal conosce nei minimi particolari la storia degli ebrei piemontesi, grazie soprattutto a questa grande tradizione orale, perpetuata nei decenni, nonostante
Elena Loewenthal propone in un romanzo di ricostruire quella storia, a modo suo: in modo originale, fantastico e indimenticabile.
Una storia possibile. Una storia che poteva essere possibile.
Moise Levi, “Moisìn”, ha solo ventitré anni la mattina di fine estate in cui lascia Fossano portandosi dietro un carretto di stracci. Vuole andare a Torino a far fortuna, e non può immaginare che quello sia solo l'inizio di una lunga storia. Perché Moise possiede un fiuto eccezionale per gli affari e per i sentimenti: darà il via a una florida ditta di commerci nel ramo tessile, e avrà due mogli, sei figli e un'infinità di nipoti sparpagliati ai quattro angoli del mondo. Dopo la grande guerra mondiale e quel "brutto spettacolo" della marcia su Roma, finalmente la vita di tutti ha ripreso il suo corso. Meno male che nel


Domani, giovedì 14 maggio, alla Fiera Internazionale del Libro di Torino, Roberto Coaloa presenterà il suo “Carlo Vidua e l’Egitto” (edito da Linea BN
Il formato del volume è molto bello. La prima edizione è in copie numerate. "Carlo Vidua e l'Egitto" è stato composto con ogni cura, scegliendo una raffinatissima carta, etc. etc. Tutto questo grazie al mitico direttore editoriale Roberto Meschini, che – è bastata una semplice telefonata – ha sposato subito il progetto di fare lo snello libro sul conte Vidua.
Questo volumetto anticipa una più ampia ricerca che il sottoscritto sta facendo presso l’Accademia delle Scienze di Torino e che vedrà la luce presso le “Memorie” dell’Accademia. Il testo “Carlo Vidua e l’Egitto” è basato sullo studio e l’interpretazione di molte carte inedite, in particolare quelle del “Fondo Vidua” dell’Accademia delle Scienze. I taccuini di viaggio sull’Egitto sono per la prima volta pubblicati.
Ora vi racconto il perché di questo libro, perché è stato necessario scriverlo ora, in occasione di questa “febbre egiziaca” che ha contagiato Torino. Vi emerge – spero – la figura di un intrepido viaggiatore dell’Ottocento e della sua esperienza nella terra dei Faraoni.
“Carlo Vidua e l’Egitto” è anche un piccolo omaggio al Paese africano, ospite della Fiera Internazionale del Libro di quest’anno.
Appuntamento, quindi, domani, dalle 12.00 alle 14.00 alla Sala Azzurra della Fiera Internazionale del Libro.
Nella foto in alto: Iscrizione di Carlo Vidua al Tempio di Sethi (Tebe Ovest). Fotografia di Maurizio Re, aprile 1989.
In basso: con un ritratto di Carlo Vidua al Museo Civico di Casale nel 1996.

Agli inizi dell’Ottocento erano pochi gli europei in viaggio in Egitto che, risalendo il Nilo, avevano superato l’isola di File. Nessuno si era mai avventurato più in là di Derr, allora capitale della Bassa Nubia.
Carlo Vidua (1785-1830), il viaggiatore più intrepido dell’Ottocento, compì quell’impresa: il suo viaggio in Egitto è un capolavoro.
Vidua arrivò ad Alessandria il 27 dicembre 1819 e ripartì dall’Egitto il 12 agosto 1820. Simile all’ufficiale di marina Frederick Norden, Vidua viaggiò sul Nilo in battello. A differenza di Norden, che non lo lasciò mai, limitandosi a osservare da lontano con il cannocchiale i monumenti nubiani, Vidua visitò il tempio di Abu Simbel, facendo accurate esplorazioni, sfidando i coccodrilli, armandosi fino ai denti per contrastare gli attacchi di pericolosi banditi. Vidua visitò i templi, facendone per primo una puntuale descrizione degli esterni e soprattutto degli interni. I suoi taccuini di viaggio conservati all’Accademia delle Scienze di Torino, inediti, raccontano quell’incredibile avventura ad Abu Simbel, iniziata all’inizio del marzo 1820 e proseguita in quattro intensi e proficui giorni tra il 24 e il 27 marzo 1820. Vidua eseguì disegni esterni di notte, alla luce della luna, per difendersi dal caldo e fece lunghe visite all’interno del tempio.
Johann Ludwig Burchardt vide Abu Simbel nel 1813, ma non potè entrare. William Bankes, consigliato dallo stesso Burchardt, visitò il tempio nel 1815, ma senza nessun interesse scientifico. Giovanni Battista Belzoni e Bernardino Drovetti videro per la prima volta il tempio nel 1816, ma non riuscirono ad entrare. Nel giugno del 1817, Belzoni, insieme a Frederick William Beechey, Giovanni Finati, Charles Leonard Irby, James Mangles, compì una grande spedizione e riuscì ad entrare all’interno, dopo lunghi lavori, all’inizio dell’agosto 1817, non riuscendo però a compiere le misurazioni a causa della temperatura a
La stessa sorte ebbero coloro che entrarono nel monumento dopo Carlo Vidua: Cooper, John Christie e Casati nel 1821, Cailliaud nel 1822 e Rifaud, durante la sua seconda spedizione ad Abu Simmel. Nessuno riuscì a compiere dei disegni e delle misurazioni dell’interno di Abu Simbel. Vidua, invece, riuscì in quell’incredibile impresa.
Per un altro motivo il viaggio di Vidua in Egitto è un vero capolavoro. Si deve a lui, infatti, l’acquisizione della collezione di Drovetti, che porterà alla nascita del Museo Egizio di Torino.
Da Atene, il 1° aprile 1821, Carlo Vidua scrive a suo padre Pio Vidua, figura di primo piano nella corte del Regno di Sardegna: «Le raccomando l’unito foglio a Cesare Saluzzo per l’affare del museo Egiziaco. Spero aver reso un servizio al nostro paese, inducendo il sig. Drovetti a lasciare le trattative già molto inoltrate colla Francia, e a preferire la sua patria per l’acquisto del suo museo veramente unico. – Ho ricevuto un sì decisivo. Questo affare è stato interamente immaginato da me».
Proprio per la fama procuratasi tra gli egittologi del periodo, Jean-François Champollion lo cercò per la grande spedizione franco-toscana in Egitto, ma Vidua era già lontano, impegnato in altri viaggi.

Roberto Coaloa, «Carlo Vidua e l’Egitto», Linea BN
Propongo un mio articolo Da mozzo a generale su un’originale biografia dedicata a Nino Bixio. Il pezzo è uscito sul supplemento culturale de “IlSole-24Ore” Domenica, 26 aprile 2009, pag. 32. L’opera di Jean-Jacques Villard getta nuova luce sulla figura del combattente del Risorgimento. Aggiungo che la bella biografia su Bixio mi era stata segnalata da Roberto Guerri, direttore del Museo del Risorgimento di Milano, che qui ringrazio: per la sua cortesia d’antan e per il suo impegno nel tener viva la memoria del secolo romantico.

La vita di Nino Bixio, il compagno di Garibaldi, il «secondo dei Mille», è un autentico romanzo di avventure. Nato a Genova il 2 ottobre 1821, ultimo di otto figli, Bixio fu imbarcato dal padre, appena tredicenne, come mozzo su una nave mercantile. La vita di mare, fatta d’azione e disciplina, forgiò un uomo dall’innato perfezionismo e dai modi ipercritici. Ritornato in Italia, Bixio diventò leggendario nell’impresa dei Mille. Garibaldi contribuì al mito con la frase: «Bixio, qui si fa l’Italia o si muore!».
La sua vita è stata raccontata come un «poema di eroismo e virtù». Giuseppe Guerzoni scrisse una biografia nel 1875 per l’editore Barbèra; Girolamo Busetto pubblicò nel 1876 un profilo, dedicato a Giovanni Lanza, «collega ed amico carissimo di Nino Bixio», nel quale si esaltò il carattere dell’uomo, che da mozzo diventò generale e che impersonò meglio di altri il «garibaldinismo». Queste opere, però, caratterizzate dall’impresa dei Mille, mancavano di cogliere le molteplici sfaccettature di una figura governata da una folle ansia romantica. Dopo l’Unità, Bixio è scagliato da un continente all’altro, spinto da una forza ignota: la vita attiva, la vita che si muove, si muove verso la morte. Bixio, il 16 dicembre 1873, morì nel mare di Sumatra, colpito da febbre gialla.
Jean-Jacques Villard, pronipote del generale garibaldino, ne ricostruisce la vita, affidando la narrazione ad un vero e proprio memoriale, che l’editore Viennepierre pubblica ora per la prima volta in Italia. Le preziose note autografe di Bixio furono trovate dalla figlia Giuseppina e poi generosamente donate dalla stessa alla cugina Abeille (figlia d’Alessandro Bixio, fratello di Nino), ossia la nonna di Jean-Jacques Villard. Gli elementi inediti di questo volume sono gli anni giovanili e la rivelazione d’aspetti privati: questa biografia “parla” di lui sia con la pregevolezza del testo di Villard sia attraverso le note di diario che Bixio aveva lasciato manoscritte.

Jean-Jacques Villard, «Nino Bixio», Viennepierre, Milano, pagg. 272, € 25,00.